Diritto

Diritto, studenti e digitale

Come sta cambiando (o come dovrebbe cambiare) l'insegnamento del Diritto penale? Ne abbiamo parlato con Francesco Viganò, anche a partire dall'esperienza di questi anni come giudice della Corte costituzionale

di Giappichelli / pubblicato 10 Novembre 2021

«Insegnare diritto non significa solo trasmettere nozioni, ma soprattutto indicare un metodo per risolvere problemi sempre nuovi». Quando parla di insegnamento, Francesco Viganò sa bene di che si tratta. Classe 1966, è stato ricercatore e poi professore associato di Diritto penale dell’economia e Diritto penale comparato presso l’Università degli Studi di Brescia, per passare successivamente all’Università degli Studi di Milano, dove dal 2004 al 2016 ha insegnato Diritto penale italiano ed europeo, e dove ha coordinato il corso di dottorato in Scienze giuridiche “Cesare Beccaria”. Quindi è diventato professore ordinario di Diritto penale presso l’Università Bocconi, incarico che ha dovuto abbandonare («è la cosa che rimpiango di più») dopo essere stato nominato, nel 2018, giudice della Corte costituzionale dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

E oggi, in occasione del Centenario della nostra casa editrice, ha accettato di condividere con “Ventuno” alcune riflessioni su come sta cambiando (o come dovrebbe cambiare) l’insegnamento del Diritto penale. Anche a partire dalle sfide che la nuova avventura alla Corte costituzionale, ogni giorno, gli presenta.

Più volte ha raccontato quanto per lei sia stato significativo proprio l’incontro con un professore. Che importanza ha nel 2021 il rapporto con un maestro? 

«Ho avuto la fortuna di incontrare dei maestri e dei professori che hanno saputo guardare alla mia persona, non solo allo studente. Il professor Giorgio Marinucci mi ha permesso di superare le mie fragilità: ha creduto in me e mi ha accompagnato anche nei primi passi della carriera accademica. Oltre ad amare profondamente la sua materia, un buon professore deve essere appassionato al destino degli allievi». 

Lo studente va spronato a stimolare la fantasia e affinare il senso giuridico, anche superando i propri limiti

Come si può riflettere questo nell’impostare la didattica?

«A lezione ho sempre seguito un metodo dialogico: sottoponevo un problema e la settimana dopo lo si discuteva insieme, valutando pro e contro e provando a conciliare i punti di vista. Anche nello scritto all’esame, sottoponevo un caso mai affrontato a lezione: sui punti controversi non c’era una risposta giusta, ma la ricerca di soluzioni sostenibili. Altrimenti, lo studente dovrebbe semplicemente assimilare un materiale predigerito…Invece va spronato a stimolare la fantasia e affinare il senso giuridico. Anche superando i propri limiti: un’enorme soddisfazione è stata la mail di una studentessa, che mi ringraziava perché “per la prima volta ho avuto il coraggio di esprimere la mia opinione davanti a 200 persone”».

Questa è l’idea alla base della sua recente pubblicazione per Giappichelli (insieme a Melissa Miedico e Tommaso Trinchera), “Studiare sui casi”?

«Esatto: abituare lo studente ad acquisire un metodo per l’analisi. Mi sono ispirato alla didattica universitaria in Germania: lì, da almeno un secolo, agli esami viene chiesto di analizzare un caso. Sono prove pratiche: una delle principali difficoltà per chi si accosta al diritto penale, infatti, sta nell’applicare le nozioni ai casi concreti della vita. Credo che ci sia molto da lavorare su questo, anche per una possibile riforma degli esami di abilitazione alla professione forense e di accesso alla magistratura».

Il buon giurista deve saper affrontare problemi nuovi, dimostrando grande consapevolezza del metodo

In che senso?

«Sono ancora troppo imperniati sull’idea che il candidato deve dimostrare la conoscenza delle norme e delle decisioni giurisprudenziali già formatesi su quelle norme. Il buon giurista, invece, deve saper anche affrontare problemi nuovi, dimostrando grande consapevolezza del metodo». 

La trasformazione digitale, anche nel mondo accademico, può contribuire a questo cambiamento?

«Il diritto si è molto trasformato: fino a qualche decennio fa, le ricerche si facevano solo in biblioteca, su libroni pesantissimi. Oggi, invece, lo studente con internet accede a qualunque banca dati, ha molti più input. Va aiutato ad attingere alle decisioni dei giudici, per trovare poi soluzioni originali. Il rischio è l’eccesso di informazioni: perciò va accompagnato, affinché non si perda». 

Ha dedicato la sua ultima monografia per Giappichelli alla proporzionalità della pena. Come l’esperienza di questi anni alla Corte costituzionale le ha permesso di approfondire questo tema?

«Ho cercato di mettere a frutto l’esperienza di professore di diritto penale e di giudice costituzionale. È un lavoro un po’ a cavallo tra i due diritti: in che misura la Corte costituzionale, o un’altra corte suprema nel mondo, può sovrapporsi alle decisioni prese dal Parlamento eletto dal popolo? Le corti, infatti, sono chiamate a difendere i diritti fondamentali della persona, anche del condannato, che non possono essere sacrificati da scelte della maggioranza. Al tempo stesso, però, il legislatore democraticamente legittimato gode di un ampio margine discrezionale nel valutare ciò che è giusto fare». 

Va individuata, quindi, una linea di demarcazione…

«Si tratta di stabilire caso per caso quale sia il limite di questa legittima discrezionalità legislativa, rispetto alle esigenze di tutela di diritti fondamentali non disponibili da parte della maggioranza politica di turno. Un compito difficile, come ho avuto modo di sperimentare in questi anni, ma anche affascinante». 

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