Diritto

Il PNRR cambia le istituzioni

Intervista al costituzionalista Roberto Bin: “La nostra Carta invecchia molto bene”

di Giappichelli / pubblicato 3 Novembre 2021

Una Costituzione amata, discussa, talvolta vilipesa, ma che resta il cuore della convivenza civile nel nostro Paese. Nell’anno in cui ripercorriamo il cammino centenario della casa editrice Giappichelli, non possiamo non riservare un posto speciale alla riflessione sul percorso storico e giuridico compiuto dalla nostra Carta e sul futuro del suo insegnamento. Lo facciamo con il professor Roberto Bin, già ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Ferrara e autore tra l’altro per Giappichelli, con Giovanni Pitruzzella, di un testo di Diritto Costituzionale che viene aggiornato nel luglio di ogni anno.

Professore, nell’edizione 2021, lei e Pitruzzella date ampio spazio alle misure decise dall’Unione Europea sulla scia della pandemia, in particolare l’adozione del Next Generation EU e del PNRR per l’Italia. Voi annotate che le iniziative di questo periodo storico sono “gravide di conseguenze sul piano costituzionale”. Può spiegarci che tipo di conseguenze si aspetta?

Le conseguenze sono già in atto. Il PNRR cambia parecchio dell’organizzazione delle istituzioni in Italia. C’è la prevalenza del momento tecnico di coordinamento su quello politico, ci sono organi tipo il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) che hanno perso ogni tipo di potere e quel potere è stato assunto da una cabina di regia largamente di esperti e amministratori. C’è un momento dell’amministrazione che è stato preso in osservazione ed è stato strutturato piuttosto bene. Poi è chiaro che è un problema anche di rapporti tra centro e periferia perché questa pioggia di quattrini deve essere governata e non può essere governata da autonomie locali che non funzionano da 50 anni. Questo è un grosso problema. C’è un pezzo di Italia in cui la burocrazia, le istituzioni pubbliche non funzionano. Funziona la società civile, spesso molto meglio delle istituzioni e quando si chiede alle istituzioni di avere una performance importante, si va incontro necessariamente ad un fallimento. Questo comporterà per necessità che il centro surroghi la periferia.

Può servire in questo senso una maggiore sussidiarietà?

La sussidiarietà è un ascensore. L’ascensore non è né buono né cattivo e non ci dice nulla di dove si va, bisogna programmarlo. Allora in questo momento in cui abbiamo delle performance obbligatoriamente da assolvere nei confronti dell’Europa, è ovvio che la sussidiarietà va su e che quindi il centro si prenderà cura di cose che la periferia non riesce a fare. Non in tutta Italia, questa è un’altra cosa importante, perché noi abbiamo sempre voluto una disciplina di autonomie locali che si basa sul principio che tutte le autonomie siano uguali, ma questa è una fesseria. Le autonomie sono diverse e la pandemia l’ha mostrato, con delle sorprese interessanti per cui regioni che vantano di essere molto avanzate hanno dimostrato di essere un disastro sotto il profilo amministrativo, pensi alla Lombardia. Poi si sono rimescolate le carte nel momento in cui bisognerebbe avere l’intelligenza e la forza di modificare anche le regole.

“Tutto ciò che sorge dalla società civile parte sempre dalla Costituzione, il ché vuol dire che sta bene, nel senso che è molto condivisa”

Guardando indietro nel ripercorrere la storia di Giappichelli, non possiamo non riconoscere che uno dei più solidi e importanti traguardi raggiunti in questo secolo è senza dubbio la messa a punto della nostra Costituzione. Come sta invecchiando la Carta? Se lei fosse un medico e dovesse farle un check-up, che stato di salute pensa che abbia?

Io trovo che stia invecchiando molto bene. Essendo coetaneo della costituzione, mi auguro lo stesso di me, ma devo dire che abbiamo anche un’evidenza del buon invecchiamento: il fatto che tutto ciò che sorge della società civile, movimenti, rivendicazioni, proteste, richieste di riconoscimento ecc. parte sempre dalla Costituzione. Persino i No Vax partono dalla pretesa che sia violato qualcosa che sta scritto in Costituzione, il che vuol dire che la Costituzione sta bene, nel senso è molto condivisa. Magari è diversamente interpretata, ma questo è normale. Ma come dire: ci si identifica in quello che dice la costituzione, che mi sembra un ottimo risultato. Sergio Bartole ha scritto qualche anno fa un libro intitolato “La costituzione è di tutti” proprio svolgendo questo tema, cioè l’identificazione sociale nella Costituzione, pur di posizioni che sono anti-tecniche. Quanto poi al resto, la Costituzione funziona molto bene perché è stata scritta con intelligenza per quanto riguarda tutta la forma di governo. È stato scritto poco, senza pretendere di mettere le brache alla politica, riconoscendo la possibilità di una politica abbastanza fluida e diversa, ma dando un quadro preciso dei rapporti. Devo dire che da questo punto di vista regge piuttosto bene.

C’è chi la definisce “la Costituzione più bella del mondo”. Che lo sia o meno, rispetto agli altri Paesi le sembra che la nostra sia una Carta che regge il tempo meglio o peggio di altre nel mondo?

In genere le costituzioni non si aggiornano molto, la nostra si aggiorna quando serve: di recente è uscita la nuova riforma costituzionale per quanto riguarda le leggi del Senato, però le costituzioni se sono scritte bene reggono bene. Naturalmente ci deve essere qualcosa che ne aggiorna l’interpretazione e questa è la Corte Costituzionale. Nel complesso mi pare sia un meccanismo molto efficiente e diffido un po’ da tutte le proposte di metterci mano, aggiungere cose, aggiornarla. Aggiornare la Costituzione è di per sé una contradictio in terminis, nel senso che un testo costituzionale non è fatto per essere il menù del giorno.

Da questo punto di vista, il terreno delle riforme è sempre un po’ un campo minato. Lei che tipo di approccio auspica che si debba tenere per continuare ad accompagnare il cammino della Costituzione nella maniera più corretta possibile nei prossimi anni?

Ci sono alcune cose che in Costituzione non funzionano e questo lo sanno tutti. La parte che riguarda le Regioni non funziona. Non funziona perché è stata una cosa inventata dai nostri costituenti senza avere un modello di riferimento (non esistevano le regioni nel mondo prima che le inventasse il nostro costituente) e di conseguenza il disegno del ’48 è stato superato dalla riforma del 2001, ma mostrando il modo in cui non si devono fare le riforme. È stata una riforma fatta su un’immagine astratta dei rapporti tra centro e periferie che non affrontavano neanche i problemi veri, per cui la riforma del 2001 è stata un fallimento completo. In realtà, posso anche dire che non si applica. Siamo ancora legati alla Costituzione del ’48 per quanto riguarda i rapporti tra stato e regione, nonostante la riforma del 2001 li abbia completamente ribaltati. Quello ha mostrato che bisogna saperle fare le riforme e in Italia questo è molto difficile, perché quando si discute di riforme, si discutono tra incompetenti di problemi astratti e non fra competenti di problemi concreti. Ci sono precise cose che non funzionano e che andrebbero modificate, però bisogna conoscerle.

Come si aspetta che cambierà in futuro l’insegnamento del Diritto Costituzionale? Vuol dare suggerimenti ai futuri docenti di diritto e agli studenti che in questo scenario si confronteranno nei prossimi anni con la Carta? Si immagina che cambierà qualcosa in questo senso?

L’insegnamento è già molto cambiato in questi decenni. L’ho vissuto prima da studente e poi me ne sono andato via dall’università due anni fa e devo dire che, per quanto mi riguarda e per quanto ho visto anche in giro, l’insegnamento è molto cambiato. È molto cambiato anche perché gli studenti sono molto cambiati. Diciamo che la popolazione universitaria si è molto estesa, però è molto appiattita anche la formazione scolastica, per cui di storia gli studenti sanno pochissimo, di storia contemporanea sanno nulla, di logica non gli viene insegnato e sto parlando di due materie che dovrebbero essere messe come propedeutiche agli studi giuridici, che purtroppo non sono ripartite dalle scuole e neanche dalle università. Questo è un bel problema. Però bisogna dire che la didattica si avvale oggi di strumenti che una volta non c’erano: la possibilità di fare informazione mentre si fa lezione è enorme: anche il nostro manuale si avvale un po’ di link, siti, esempi concreti. Si è molto arricchita la strumentazione e penso che la didattica se ne giovi parecchio.

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